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Sassoguidano
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Itinerario: (andata) via Giardini Sud, bivio per Niviano, a Niviano bivio per Sassoguidano (in auto o in bici) si consiglia di percorrere a piedi il percorso per la Chiesa di Sassoguidano.
(ritorno) Sassoguidano, bivio per Verica, strada provinciale Verica-Pavullo oppure Sassoguidano, Brocco, Castello di Monterastello, Verica, Pavullo.

A 750 m. s.l.m., in una felicissima posizione geografica e strategica tra le valli del Lerna e del Panaro, a riscontro con le torri di Gaiato, Montorso, Montecuccolo, Lavacchio, Semese, l'antica chiesa di Sassoguidano, di recente ristrutturata, resta l'unica testimonianza della più antica storia della località, espressione di una vita diversa e di una diversa tipologia degli insediamenti umani, strettamente connessa almeno per il periodo medioevale alle esigenze si aggregazione e di difesa dei casolari sparsi e quindi assai spesso determinata dalla orografia dei luoghi. Luoghi, questi, ancora oggi carichi di un fascino misterioso, certo derivante dal patrimonio naturalistico pressoché intatto, che protegge e valorizza l'antica e abbandonata chiesetta. Per giungervi bisogna lasciarsi alle spalle i pochi agglomerati abitati e incamminarsi fra i boschi e i prati seguendo un antico percorso che si inerpica sull'altopiano. Tutta questa area è ora una "Riserva Naturalistica della Regione Emilia Romagna", data la ricchezza dell'avifauna e delle emergenze naturali. Lungo il tragitto può meritare particolare attenzione una pregevole piccola plaga paludosa, un notevole castagno secolare proprio a lato del sentiero e soprattutto merita attenta considerazione, proprio nel mezzo del pianoro, a sinistra andando verso la chiesa, un piccolo, semplice, suggestivo, abbandonato cimitero di campagna. Verso la fine del percorso si incontrano gli agglomerati più antichi e ci appaiono sull'estremo sperone la torre campanaria e le mura della chiesetta, eretta senza soluzione di continuità su una parete rocciosa, sostegno naturalissimo e suggestivo di una costruzione semplice e rustica, ma non priva di prestanza stilistica, che corona lo splendido paesaggio, rendendolo ancora più interessante per i valori di umanità che da essa traspaiono. Il promontorio di Sassoguidano, quasi del tutto inaccessibile dai lati Nord, Est e Ovest, degrada invece dolcemente verso Sud, incorporando il territorio di Sassomassiccio; dovette anticamente offrire sicure garanzie di difesa, nonché di collegamento visivo e segnaletico con le maggiori fortificazioni del Frignano centrale, per questo fece parte del sistema difensivo frignanese altomedioevale e fu presumibilmente incastellato nel corso dei secoli XI e XII. La sicura menzione del castello di Sassoguidano è attestata da un documento del 1234. Verso la fine dello stesso secolo Sassoguidano, fino ad allora dominio della fazione dei Gualandelli, passò ai Montecuccoli; il duca estense Nicolò III ne confermò il possesso a Gasparo Montecuccoli nel 1394 e a tale famiglia apparterrà per tutta l'epoca moderna. Del castello non rimane alcuna traccia, forse distrutto dai movimenti franosi. La chiesa attuale, probabilmente sorta sul “podium” dell'antico castello, dovette essere ricostruita sulla base di una chiesa preesistente (menzionata a partire dal XIII secolo), utilizzandone forse in parte i materiali: sono infatti da ritenersi reperti di alta antichità il portale a mensole concave e la preziosa tavola con l'immagine della Madonna, attribuita al “secolo di Giotto” (ora conservata in Curia a Modena). La parte superiore del portale è coronata da un cippo monolitico a forma di triangolo equilatero, sul quale sono incise quattro strisce di scritturazione molto corrose. Sulla medesima strada, circa a metà dell'altopiano, si diparte un sentiero che si inoltra nel bosco e che conduce a Sassomassiccio, ove si trova una chiesetta, ricostruita nel '600 e famosa nella tradizione popolare per l'eremita che vi sostò per ben 29 anni in penitenza e preghiera. Ai piedi della roccaforte naturale di Sassoguidano si trova una casa a corte chiusa, denominata significativamente "La Torre" e risalente ai secoli XVI XVII.
 

Testo a cura di Claudio Caselgrandi e Loris Serafini

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